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Claudio Carpella

Esistono persone che, più di altre, lasciano traccia nei ricordi, e la cui memoria non può essere intaccata anche se un’eternità sembra essere trascorsa inesorabile da quel tristissimo 23 luglio di venti anni fa.

La vitalità e l’azione di Claudio furono troppo “prepotenti” ed intense per essere dimenticate.

 

All’interno del CAI, per la vita della sezione, la sua attività era un “fiore all’occhiello”.

Claudio per molti è stato un riferimento, un amico, un elemento trainante in grado, con forza genuina, di stimolare chi lo seguiva a raggiungere obiettivi alpinistici di tutto rispetto.

La sua forza scaturiva da una motivazione profonda a voler vivere in montagna esperienze uniche, forti in piena sintonia con la natura,in completa armonia con se stesso.

E stata forse questa ricerca interiore a portarlo ad affrontare vie “sostenute” in completa solitudine ed in velocità considerevole (si ricordi la via Navasa sulla Rocchetta Alta di Bosco Nero, la Solleder al Sass Maor e la Frisch Corradini sulla Pala del Rifugio).

Qui lui, senza dubbio, è stato un innovatore nell’ambito alpinistico; lui riusciva a vivere la montagna nel suo modo più profondo,nello stile più pulito,e perciò più bello: solo, completamente padrone delle proprie emozioni, immerso nell’elemento che amava.

Era probabilmente una fortissima carica umana che ,nonostante le sue enormi doti alpinistiche, lo rendeva comunque indispensabile per la crescita della sezione: indiscutibile, infatti, la sua capacità di “collante” tra chi gravitava in quegli anni nel mondo dell’arrampicata nelle nostre zone.

Allora,molti di noi,che con lui affrontavano ascensioni di un certo livello, erano certi della riuscita: sapere che all’altro capo della corda era legato Claudio era certo una garanzia; “c’è Claudio,che problemi ci possono essere?”.

La montagna per lui andava vissuta nella sua globalità: estate, inverno (prima invernale della via “Coda di Rondine “alla Sud della Marmolada in cordata con Mauro Moretto del CAI di Bassano del Grappa, solitaria invernale della via Hatschi bracci in sei ore sulla stessa parete), solo o in compagnia di qualche amico, comunque fosse, la sua era forse una ricerca di assoluta libertà del desiderio di affrontare sè stesso senza essere considerati dei “pazzi furiosi” per le proprie gesta.

Quel giorno che Claudio se ne è andato,si è aperto un vuoto enorme tra gli arrampicatori, in tutti i suoi amici, che in lui vedevano un riferimento importante: forse è proprio grazie a Claudio che molti hanno scelto questa passione, questo “stile di vita”, cercando di essere come lui era: semplice, vitale e disponibile.